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Un paradosso chiamato Amazzonia

Il Brasile ha i polmoni della Terra ma è tra i primi Paesi per emissioni di gas serra. Perchè l’Amazzonia sta bruciando?
Mentre continua il mandato anti-ambientalista del presidente Bolsonaro, sotto gli occhi esterrefatti del mondo, Carlotta Civiletti, già casco bianco per Progettomondo.mlal in Brasile, ha intervistato
Fábio Vailatti, presidente del Reca, l’associazione dei piccoli agrosilvicoltori che opera da più di tre decadi sul lato brasiliano del confine boliviano, per meglio capire cosa stia succedendo nei villaggi ai piedi e nel cuore dell’Amazzonia e quale sia l’impatto sociale e culturale della deforestazione.

“La politica, in particolare la tensione verso un’economia aggressiva di esportazione, e il commercio illegale di legna tentano pericolosamente gli agricoltori delle nostre comunità a tornare alle pratiche di deforestazione", spiega Vailatti. "Per fortuna, solo in pochissimi hanno ceduto. Con tutti gli altri siamo seduti in queste ore intorno a un tavolo a monitorare i livelli di monossido di carbonio dell’atmosfera, che, pur essendo preoccupanti, non ci fanno desistere dalla nostra missione: educare i locali a utilizzare e valorizzare le risorse naturali e insegnare loro tecniche agricole efficaci e rispettose dell’ambiente. In trent’anni di lavoro, abbiamo sempre cercato di far passare un messaggio fondamentale: lo sviluppo economico non deve essere a scapito dell’ambiente”.
Il presidente del Reca si dichiara preoccupato. “È nostro dovere preservare risorse, cultura e tradizioni. Dobbiamo aggrapparci ai nostri valori e essere un punto di riferimento per le nostre comunità. Continuare a dimostrare anche con i numeri che disboscare non è il cammino giusto per un’economia florida. Avvicinare più agricoltori possibili alla scienza, insegnare loro che ci sono alternative, che la natura ha già tutti i mezzi e tutte le risposte per percorrere con successo la strada giusta”.

Intanto la situazione non migliora. Il papa chiama a raccolta i fedeli, chiede di pregare per l’Amazzonia, come per una madre. L’Europa, squarciato il velo di Maya, comincia a guardare con un po’ più di preoccupazione alla situazione  economica, sociale e politica del Brasile. La Stazione Spaziale Europea diffonde quattro foto, scattate dal “nostro” astronauta Luca Parmitano. Fumo e cenere. Una diapositiva dal futuro, se il dio denaro avrà la meglio sulla civiltà e sul buon senso della classe politica.

“Non lasceremo un centimetro quadrato per una riserva indigena”. Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro non c’è andato così lontano, lo scorso ottobre in campagna elettorale, promettendo terra agli spregiudicati coltivatori e allevatori delle grandi industrie della soia e della carne bovina, di cui il Brasile è rispettivamente secondo e primo esportatore mondiale. Ha promesso ricchezza e stabilità economica, senza fare i conti con Madre Natura.

L’Amazzonia è in fiamme da ormai un mese. E con lei, brucia buona parte dell’ultimo argine di smaltimento naturale delle emissioni di carbonio e di gas serra con cui da troppi anni stiamo soffocando il pianeta.
Secondo le stime dell’INPE (l’ente nazionale brasiliano per la ricerca spaziale) dall’inizio dell’anno a oggi più di 7.000 km2 di vegetazione sono andati in fumo, segnando un aumento dell’83% degli incendi e tagli per desmatamento (deforestazione) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Aumento che — sottolinea Greenpeace — da qui alla fine della stagione secca può arrivare anche a toccare il 95%.

Dichiarandosi orgogliosamente anti-ambientalista, una volta al governo Bolsonaro ha spalleggiato le pratiche di deforestazione e imposto sanzioni molto blande a taglialegna e incendiari abusivi. In pochi mesi di mandato, il danno è fatto. A fine luglio WWF Brasil lancia l’allarme: tra maggio e luglio gli incendi nelle aree rurali di Rondônia, Amazonas, Pará e Mato Grosso sono troppi e il fronte del fuoco sul confine tra Brasile, Bolivia e Paraguay tocca i 105 km. Il presidente tace, incolpa dei roghi le Ong, scottate dai tagli dei finanziamenti imposti dal nuovo governo; ma Ricardo Galvão, a capo dell’INPE, divulga a livello mondiale i dati scientifici delle osservazioni fatte dall’ente e dal PRODES (il programma di monitoramento satellitare della foresta amazzonica brasiliana). Lui perde il posto (verrà accusato di essere legato ad alcune Ong colluse, prima, e di aver nuociuto all’immagine pubblica nazionale, poi), ma il tam-tam mediatico è partito. Dall’inizio del disastro ambientale, tutte le testate giornalistiche del pianeta parlano dell’Amazzonia, delle fiamme, delle scelte discutibili e dell’attitudine (o inettitudine?) politica di Bolsonaro. Sullo scenario dello scivolone del ministero della difesa, che, per coprire l’entità degli incendi, pubblica su twitter uno scatto di un canadair in azione nel 2015 sulla Chapada Diamantina spacciandolo per una fotografia recente, la Germania e la Norvegia sospendono un complessivo di 300 milioni di r$ di investimenti nell’economia brasiliana e aprono il Fondo Amazzonia. La Gran Bretagna promette 50 milioni di r$, le nazioni presenti al G7 di Biarritz 91 milioni, non senza un j’accuse del francese Macron, che definisce il leader del PSL “non all’altezza del suo ruolo” e poco serio, in quanto non avrebbe rispettato gli impegni presi in materia di ambientalismo e lotta contro il cambiamento climatico durante lo scorso G20.

La foresta amazzonica è sempre stata vittima di una deforestazione importante e irresponsabile, a causa della politica di estremo consumismo delle grandi multinazionali e del commercio illegale di legna e metallo. Quello che cambia le carte in tavola, e che allarma gli esperti, è il trend degli ultimi anni. A partire dal 2004, con l’insediamento del governo Lula, la seringueira ministra dell’ambiente Marina Silva aveva ottenuto grandi risultati in campo di conservazione ambientale: aumentarono del 66% le aree protette, venne fondato l’organo di tutela della biodiversità Chico Mendes, 230.000 km2 di foresta si aggiunsero alle già esistenti unità di conservazione. Com’è naturale che sia, con l’aumento dei controlli sul territorio, si registrarono molti meno incendi e molti meno tagli abusivi. La musica comincia a cambiare già nel 2010 con il Programa de Aceleração e Crescimento di Dilma Roussef e l’idea di costruire centrali idroelettriche in Amazzonia: il ministro Silva rassegna le dimissioni e dopo pochi anni, nel 2015, arrivano l’impeachment e il governo Temer, sempre più votato al progresso economico anche a costo di perdite (a volte significative) ambientali.

È in questo contesto che si inserisce lo scenario apocalittico di queste ore, passato in sordina per un paio di settimane, nascosto al mondo da una solida muraglia di censure ad hoc e fake news, e definito dall’ecologista Adriane Muelbert  “un crimine contro l’ambiente e contro l’umanità”.


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