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Per una democrazia che parta dal dialogo

Dal 7 febbraio ad Haiti si sono susseguite una serie di manifestazioni popolari contro il governo per una decina di giorni, in particolare nella capitale Port-au-Prince. Le tensioni hanno assunto i toni della protesta, fino ad arrivare a un blocco della circolazione nel Paese che ha interessato anche le attività della nostra equipe locale.
Le proteste si erano già fatte sentire soprattutto durante le feste nazionali come il 17 ottobre nella commemorazione della morte dell’eroe nazionale Dessalines, o il 18 novembre quando avvenne la battaglia di Vertières e la sconfitta dei francesi durante la lotta per l’indipendenza. Il 7 febbraio, giorno dell’inasprimento delle contestazioni, è una data fatidica nella storia di Haiti, che ricorda la cacciata del dittatore Jean-Claude Duvalier (Baby Doc). I Petro-Challengers, l'opposizione politica e la popolazione in genere hanno invaso le strade per reclamare i conti sulla gestione dei fondi pubblici e le dimissioni del Presidente della Repubblica Jovenel Moise, nominato espressamente nel rapporto di audit dei fondi Petro Caribe dalla Corte Superiore dei Conti.
Queste serie di manifestazioni si sono progressivamente intensificate e hanno preso il nome di «PeyiLòk (Paese Bloccato)». Nonostante le legittime rivendicazioni da parte della popolazione, di cui la più pressante sarebbe quella della lotta alla povertà associata al crollo del potere d‘acquisto, il presidente Jovenel Moise si rivolto alla nazione soltanto il 14 febbraio, con un discorso che ha inasprito ulteriormente la situazione, pur annunciando misure di politica economica.

Tra il 7 e il 16 febbraio abbiamo assistito alla chiusura temporanea di quasi tutte le imprese haitiane, a saccheggi da parte della popolazione impoverita e frustrata”, evidenzia il nostro staff. “Poi il 16 febbraio, in una calma insolita, il primo ministro Céant ha annunciato 9 misure che il governo considera una soluzione alla crisi. La sovvenzione del riso importato dagli Stati Uniti, il taglio ai costi della politica e il processo Petrocaribe, sono gli elementi cardine del discorso che è riuscito a calmare la furia della popolazione”.

Progettomondo.mlal non abbandona di certo l’isola caraibica in sui si trova ormai da vent’anni, e prosegue il suo lavoro sul campo. Al momento, insieme al CISV, siamo impegnati nei centri di accoglienza per minori vulnerabili, tra le piccole associazioni di donne, in mezzo a fragili contesti contadini. Fronti aperti tramite 5 progetti in 4 province, per contribuire a costruire un Paese più giusto per tutti, affrontando le criticità sulla sicurezza alimentare, i diritti umani e la governance.

Mentre proseguono le contestazioni incoraggiamo una democrazia che parta dal dialogo e dall’ascolto dei bisogni della popolazione.

Dicono anora i nostri operatori : «In Artibonite abbiamo dovuto attendere che la dissestata strada per il piccolo comune rurale di Verrettes fosse liberata dalle barricate. Poi siamo finalmente riusciti a organizzare una giornata di formazione sugli strumenti della pianificazione partecipativa. I sindaci, inizialmente titubanti per il clima politico, alla fine si sono presentati numerosi alle attività per il rinforzo delle capacità delle autorità locali e dei rappresentanti della società civile. Pochi giorni dopo siamo stati a Motrouis, altro fronte caldo della protesta. Qui lavoriamo con le piccole associazioni locali, per sostenerle a strutturarsi in una rete che possa rappresentarle a livello comunale, tramite i principi della leadership democratica. Persino ad Aquin, dove nel corso della protesta sono evasi tutti i detenuti, torniamo ora sul campo dove cinque reti di organizzazioni di base sono impegnate a realizzare altrettanti microprogetti. Si tratta di attività generatrici di reddito, come la costituzione di un sistema comunitario di centri di riproduzione caprina, per rinforzare la loro autonomia finanziaria e la capacità di gestione. La piattaforma provinciale di organizzazioni di donne ci accoglie calorosamente per mostrarci come stanno portando aventi bene le attività previste, un centro di stoccaggio di chicchi di fagioli, caffè, cacao ».

Non c’è dubbio che l’attuale situazione socio-economica di Haiti interpelli tutti gli attori della vita nazionale sociale, politica ed economica. E se qualcuno cerca il dialogo, c’è chi preme per le dimissioni del Presidente della Repubblica. Quali sono i motivi di tanto malcontento? Perché il Paese è arrivato a chiedere le dimissioni dell’intero esecutivo?
Come spiega l’ economista Jean Eddy Amajuste, all’inizio del 2018 lo Stato haitiano ha firmato un accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Il governo si è impegnato a ridurre il deficit bloccando le sovvenzioni sul petrolio e sul settore energetico. Allo stesso tempo, una delle principali cause della svalutazione della moneta locale, è la limitata capacità dell’economia nazionale di produrre beni e servizi necessari al consumo locale creando un tasso di inflazione di circa il 15%. Il potere d'acquisto dei consumatori è stato annientato. I Petro-Challengers rivendicano la rendicontazione dei 3,8 miliardi di dollari dei fondi Petrocaribe, compagnia pubblica venezuelana da cui il governo haitiano comprava carburante a prezzo scontato, e l'opposizione politica, non in grado di strutturare le proprie rivendicazioni anti-governative, si unisce alle varie componenti scese in piazza. 


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