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Marocco, si pensa all'assistenza umanitaria

Nelle strade deserte spicca solo la disperazione. Soprattutto quella dei migranti subsahariani, completamente lasciati a loro stessi, e delle donne. In Marocco infatti, per lo meno nella zona di Beni Mellal dove ha sede la nostra Ong, solo una donna su dieci può vantare un contratto di lavoro formale e sperare quindi in un sostegno o aiuto. Per le altre l’impossibilità di lavorare a causa dell’emergenza sanitaria, si sta trasformando in un vero e proprio boomerang che le sta facendo precipitare nella miseria.
Il nostro cooperante in loco, Richard Grieco, è pronto a fare la sua parte. Sia in prima persona, che in maniera coordinata.
Le attività didattiche nelle scuole sono ferme, idem quelle nelle strutture di detenzione, dove la nostra Ong si impegna per la prevenzione al radicalismo. C’è anche grande preoccupazione per le 30 cooperative del progetto già avviate e ora tutte fortemente in sofferenza. “Non possiamo fare granché nemmeno in termini di monitoraggio né di sostegno, visto che non ci possiamo spostare”, fa notare Richard. “Ci si interroga insistentemente sulla tenuta dell’ordine pubblico nel Paese perché siamo in un contesto di persone che lavorano in maniera informale e quindi senza nessun aiuto dallo Stato”.
Per far fronte all’anomala situazione emergenziale è stato aperto un tavolo di riflessione con i servizi sociali e La Croissant-Rouge Marocain per capire se sia possibile organizzare una qualche operazione di assistenza umanitaria alle persone più in difficoltà che vivono in strada, senza fissa dimora, che sopravvivono raccogliendo la spazzatura. Si tratta soprattutto di migranti subshariani.
Dice Richard: “Vorremmo poter fare qualcosa anche per la dignità dei detenuti. Se i nostri corsi di formazione per reinserirli in società sono ovviamente bloccati, vorremmo poterci rendere utili anche solo per provvedere alla pulizia dei luoghi di reclusione, evitando che possano essere dimenticati. Ho dato la mia disponibilità e insisterò nei prossimi giorni per fare la mia parte, per cercare di continuare a dare un senso al nostro lavoro di cooperanti e alla nostra presenza nel Paese. Se le attività sono ferme, anche nelle scuole, possiamo renderci utili in altri modi, per esempio mettendo a disposizione auto e uffici, da usare magari come magazzino. Personalmente sono pronto anche ad allontanarmi da mia moglie e dai miei figli se il mio contributo fosse necessario a garantire aiuto ai più bisognosi. È questa la scelta di vita che ho fatto”.
Richard e la sua famiglia vivono in isolamento domiciliare da una settimana e il coprifuoco scatta alle 18.
Per il nostro cooperante quanto sta accadendo è fonte di uno spunto di riflessione che va oltre alla contingente emergenza.
“Sono rientrato in Marocco a fine febbraio, dopo un sopralluogo nel nuovo progetto in fase di avvio nella striscia di Gaza. Ero carico di emozioni e desideroso di testimoniare le sofferenze di 2 milioni di palestinesi che quotidianamente vivono una situazione di reclusione. Una porzione del mondo in cui entra gran poco dall’esterno, e talvolta nemmeno l’indispensabile come la corrente elettrica e l’acqua.
Quanto sta accadendo mi scuote dal punto di vista emotivo perché mi porta a continuare a pensare alla situazione di isolamento che per molti non è una condizione eccezionale, ma la quotidianità”.


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