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Mariam torna in Marocco, con una vita tutta da rifare

A cinque anni Mariam si è trasferita dal Marocco a Bergamo. Alla scuola materna ha imparato le prime lettere dell’alfabeto italiano, le prime parole, il suo nome, con quella scrittura storta tipica dei bambini.
Alle elementari ha condiviso con i compagni “la sfah”, tradizionale pasta dolce, e ha insegnato loro qualche parola in darija: “salam” e “b’slama”, ciao e arrivederci. “Devi andare bene a scuola!” le ripeteva spesso la mamma, “siamo venuti qui per te”. E dalle elementari è uscita con la media del 10.

Crescendo Mariam ha alternato la scuola e i corsi di nuovo con la frequentazione della comunità marocchina e del centro culturale islamico. Da quando si era rotta il braccio cadendo dall’altalena a 8 anni, il suo sogno è diventato quello di fare la fisioterapista e si è quindi iscritta al liceo scientifico, con indirizzo delle scienze applicate.

Ed eccola sedicenne. Un mercoledì, dopo scuola, la madre le vuole parlare. “Dobbiamo tornare in Marocco”, dice. “Per le vacanze?”, chiede Mariam. “No, ci trasferiamo”, risponde la mamma.
Il padre di Mariam ha perso il lavoro e in Marocco la vita è meno costosa, possono lavorare nella proprietà di famiglia. Del resto non gli avrebbero rinnovato il visto senza lavoro.
Mariam non capisce perché debba partire, non vuole partire. Bergamo è casa sua. È abituata a tornare a Beni Mellal ogni estate per qualche settimana dai nonni, zii, cugini, ma non è la stessa cosa. Si sente vuota, non sa come reagire, non puo’ reagire; purtroppo non dipende da lei.

Abituarsi alla vita in Marocco, soprattutto a Beni Mellal, all’inizio non è facile.

Se da un lato, per fortuna, Mariam riesce a entrare alla scuola di scienze, dall’altro si trova in una classe di sconosciuti. L’estate prima dell’inizio dell’anno scolastico l’ha trascorsa studiando l’arabo scritto e il francese, che non aveva mai imparato.  Il preside preferisce inserirla al secondo anno invece che al terzo, per darle il tempo di recuperare.

Il primo giorno di scuola Mariam entra in un’aula dove i compagni sono più piccoli e si conoscono da tempo. Lei si sente l’outsider; alcuni compagni le chiedono dell’Italia, del perché fosse tornata. La differenza più evidente sta nel vestiario che indossa, meno tradizionale. E poi le fanno notare che ha uno strano accento. In classe inizialmente fatica a rimanere attenta, troppe informazioni in una lingua in cui non è abituata a studiare, troppe parole che mischia con l’italiano e il francese. I primi tempi non riesce a farsi amici al di fuori dei cugini, anche perché è costantemente a studiare o a ripetizioni per poter essere in pari con gli altri.
Anche la mentalità è diversa, lei era abituata a uscire con gli amici, maschi o femmine che fossero, e ad andare in giro anche la sera.
A Beni Mellal non c’è nemmeno un vero cinema e i giovani si trovano ad Ain Asserdoum a giocare a carte. Mariam inizialmente è restia a modificare le sue abitudini. Si sente discriminata, soprattutto dalle altre ragazze e vorrebbe continuamente essere altrove.

Nel liceo la sua famiglia scopre Progettomondo.mlal, con i percorsi educativi finalizzati proprio a favorire l’inserimento e a trattare le tematiche del radicalismo, dell’esclusione sociale, la diversità, la migrazione. Fra le attività di progetto, Miriam sceglie di partecipare a un laboratorio teatrale con il gruppo Troupe Orchid. È durante queste attività che inizia a sentirsi più accolta, accettata, riesce a esprimersi liberamente e incontra gli amici che frequenta tutt’ora.


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