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In piazza per uno sport sano e inclusivo

 

In piazza per affermare che i linguaggi d’odio non appartengono alla pratica sportiva, ma anzi ne contraddicono i principi e il senso. La campagna "Odiare non è uno sport", promossa a Verona dall'Ong Progettomondo ha portato oggi pomeriggio in Bra il noto ex calciatore italiano Damiano Tommasi e la centrocampista del ChievoVerona Women Alessia Pecchini. I due campioni hanno ribadito il pericolo dei social e della rete in cui transitano messaggi e commenti ben lontani dalla vera passione e amore per la pratica sportiva. Ha aderito alla campagna anche l'allenatore di basket Franco Marcelletti con una testimonianza da remoto pubblicata sulla pagina Facebook di Progettomondo: https://www.facebook.com/Progettomondo/videos/108705714534752.

L’evento si inserisce nell’ambito della settimana internazionale contro il razzismo, la cui giornata si celebra ogni anno il 21 marzo.

L’obiettivo è stimolare la consapevolezza dei giovani – e non solo - sugli impatti devastanti dell’hate speech tanto online che offline, ribadendo il valore aggregativo e socializzante di una pratica sportiva rispettosa delle regole.

Simili momenti di mobilitazione giovanile creativa si sono svolti in 10 città italiane, per contribuire a un “Flash Mob online” e corale.

Secondo il Barometro dell’Odio nello Sport, ricerca realizzata dal Centro Coder dell’Università di Torino, che ha monitorato per 3 mesi i social network delle principali testate sportive italiane, l’hate speech è ormai una componente strutturale delle conversazioni sportive, potenziata dai meccanismi virali della comunicazione digitale.

“Lo sport è uno degli ingredienti che rendono la nostra vita speciale e può essere utilizzato per molte attività formative, anche per contrastare l’hate speech e il linguaggio verbale aggressivo”, evidenzia Damiano Tommasi. “Purtroppo commenti sui social, nell’anonimato e nell’indifferenza, creano disagio e  situazioni drammatiche. La nostra sensibilità di adulti e di genitori deve prestare sempre più attenzione a simili fenomeni, e intervenire per educare in un ambito in cui fino a ieri non si pensa che fosse necessario intervenire.

“Per me lo sport è una passione forte che ho dentro da tempo. È anche un maestro di vita che insegna a stare con gli altri, a reagire alle sconfitte e a volersi superare sempre”, dice Alessia Pecchini “Può essere un fuoco che se divampa troppo brucia e fa male. Ma lo sport vero è passione, amore e non certo odio. Noi del mondo dello sport abbiamo il dovere, come adulti, di trasmettere il valore di un avversario, di un arbitro e del rispetto delle regole. Lo sport insegna ad amare, non certo a odiare”.

“Chi ha praticato lo sport sa bene quali sforzi richieda, e quindi tende a rispettare l’avversario che ha fatto gli stessi sforzi, e non insulta”, conclude Franco Marcelletti. “Quando vai in campo ci metti la faccia, e non ti nascondi dietro uno schermo. Credo fortemente che per ridurre il fenomeno bisogna evitare di rispondere alle provocazioni”.

Il progetto Odiare non è uno sport è sostenuto dall’Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo e promosso dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, in partenariato con 7 ong italiane con ampia esperienza nell’educazione alla cittadinanza globale (ADP, CeLIM, CISV, COMI, COPE, LVIA, Progettomondo.mlal), l’ente di promozione sportiva CSEN, le agenzie formative FormaAzione, SIT e SAA-School of management, Informatici senza Frontiere per lo sviluppo delle soluzioni tecnologiche e Tele Radio City e Ong 2.0 per la campagna di comunicazione.


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