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Immigrati in Italia. Per gli studenti sono molti di più del reale

Qual è la percentuale di immigrati che vivono in Italia? E quante sono le persone di religione musulmana sul totale della popolazione?
Sono alcuni dei quesiti che Progettomondo.mlal ha rivolto a 1.399 ragazzi di medie e superiori di Verona e provincia.

Lo spunto è arrivato dal progetto “Facciamo Tombola”, con capofila Cefa, che promuove nuovi strumenti e metodologie per la cittadinanza inclusiva e la lotta al radicalismo tra i giovani.
In questo ambito è stata promossa una ricerca realizzata dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna per indagare, in quattro città italiane, come si strutturano, si manifestano e si diffondono tra i giovani pratiche e discorsi d’odio offline e online. In tutto sono stati raggiunti 4.563 studenti degli istituti scolastici secondari di I e II grado di quattro città: Verona, Bologna, Napoli e Palermo.

I dati raccolti sono stati presentati ieri al World Café che si è svolto nella sede dei Missionari Comboniani, un dialogo singolare e coinvolgente a cui hanno partecipato una settantina di educatori e formatori alla scoperta, appunto, di come i giovani percepiscano i fenomeni complessi di cui essi stessi fanno parte, tra cui quello migratorio, e di quanto l'uso dei social network e i comportamenti online e offline possano sfociare in messaggi o commenti offensivi.

Alla domanda su quanti immigrati vivano in Italia hanno risposto correttamente solo l’11,4% degli studenti scaligeri, scegliendo l’opzione che il loro numero è inferiore al 10% del totale della popolazione (al 1° gennaio 2018 gli immigrati in Italia erano infatti 5.144.440, pari all'8,5% della popolazione residente).
La maggior parte dei giovani ritiene invece che gli immigrati siano tra il 20 e il 30%, o persino di più, della popolazione complessiva.
Il 45,3% dei ragazzi è inoltre convinto che l’Italia sia il Paese europeo con il maggior numero di immigrati, mentre Austria, Belgio, Irlanda, Germania, Spagna, Regno Unito, Danimarca e persino la Svezia, ci superano di gran lunga per incidenza sulla popolazione totale.
“Le fonti non ci sono più, sono sempre più vaghe e imprecise, e questo ormai non vale solo per gli studenti, ma appartiene anche agli adulti”, fa notare un’insegnante. “I ragazzi hanno la percezione di avere tutto sottomano, che qualsiasi curiosità o conoscenza si possa risolvere in cinque minuti. Questo toglie senso alla stessa fatica di imparare, di memorizzare, di raccogliere”, le fa eco un collega.

Dall’analisi della realtà percepita e reale, la ricerca è passata poi a indagare i vissuti e le esperienze d’odio dei giovanissimi, che a Verona interessano il 24,5% dei ragazzi coinvolti, in prevalenza quelli di origine straniera. Si tratta soprattutto di insulti legati all’aspetto fisico, ma nel 6,2% dei casi mettono sotto accusa il paese di provenienza o la lingua parlata. Ciò che preoccupa è che i vissuti d’odio a cui si assiste su web e social network sono molti di più, in particolare su Instagram e Whastapp.
Dichiara un’educatrice che ha partecipato alla ricerca: “A Verona il linguaggio d’odio è molto diffuso a tutti i livelli, al bar, allo stadio, alla strada, sui giornali, nel discorso politico. Soprattutto è concesso. Ci sono delle cose che sarebbero perseguibili per legge ed è lo stesso. E alla fine ci si abitua che è così”.


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