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Il Perù "virtuale" che sopravvive al Covid

Il 30 giugno in Perù si conclude il lockdown nazionale, dopo più di 100 giorni.
Il decreto dispone che le regioni di Arequipa, Ica, Junín, Huánuco, San Martín, Madre de Dios e Áncash mantengano la quarantena. Si protraggono il coprifuoco e la chiusura delle frontiere.

Era il 6 marzo quando il Paese ha registrato il primo caso di coronavirus e il 16 marzo, con 71 casi riportati nel territorio nazionale, il presidente della Repubblica Martín Vizcarra annunciava lo stato di emergenza e l'adozione di misure di distanziamento sociale e isolamento domiciliare.
La quarantena è stata una delle prime istituite nel continente americano e tra le più severe. Nonostante questo, i dati riportati dal MINSA (Ministerio de Salud) parlano di 282.365 casi positivi registrati finora e di 9.504 morti, anche se da alcuni studi condotti sembra che i numeri reali siano molto più alti.

Lima continua a essere la regione più toccata, con 157.050 casi, seguita da quelle di Callao, Piura e Lambayeque. Le ultime sono invece Puno (943 casi), Moquegua (942), Huancavelica (890), Tacna (888) e Apurímac (554). Per numero di contagi, il Perù risulta quindi essere, all'interno del panorama sudamericano, il secondo Paese più colpito dalla diffusione della pandemia, dopo il Brasile, e il sesto nel mondo.

Nonostante questi dati e il sistema sanitario al collasso (in alcune aree già provato da epidemie di dengue, leptospirosi e zika), nelle ultime settimane si era deciso di muovere i primi passi verso la riattivazione delle attività economiche e la riapertura dei centri commerciali, con un allentamento delle misure restrittive.
Per il circa 70% della popolazione impiegata nel settore informale, del resto, restare a casa non rappresentava una salvezza ma, al contrario, una condanna. In moltissimi, tra il rischio di contrarre il virus e quello di morire di fame a causa della totale perdita degli introiti giornalieri, hanno scelto di continuare comunque a circolare per le strade, alcuni reinventandosi nella vendita ambulante di mascherine e disinfettanti. Tristemente note sono le immagini dell'esodo di tutti coloro che, rimasti senza lavoro e risorse, hanno invece intrapreso a piedi la fuga dalle grandi città, nel disperato tentativo di tornare nelle zone di origine della Selva e della Sierra.

In Perù Progettomondo.mlal attualmente opera nella regione di Puno, a fianco degli allevatori e artigiani che partecipano alle filiere delle fibre pregiate di camelidi sudamericani, per potenziarne le capacità produttive, commerciali e organizzative.
Con la paralisi del Paese la maggior parte delle attività previste dai progetti in corso hanno necessariamente subito una battuta d’arresto. Data l’impossibilità di riunirsi e incontrarsi di persona, le controparti locali hanno avviato una costante e instancabile azione di contatto telefonico con gli attori coinvolti all’interno dei progetti, nel tentativo di confinare il distanziamento imposto nella sua sola dimensione fisica. Attraverso il telefono cellulare si è cercato di attivare un monitoraggio delle condizioni e difficoltà delle comunità rurali, di trasmettere loro le informazioni sul virus e le misure e le raccomandazioni promulgate dagli enti ufficiali e di non perdere la rete di contatto, confronto e cooperazione creata in questi anni, iniziando a pensarne il potenziamento in una nuova dimensione, quella virtuale.

Durante la seconda settimana di giugno si è svolto il primo appuntamento formativo interamente on-line, al quale ha partecipato un gruppo di artigiane. Si sta inoltre lavorando alla realizzazione di un negozio e un catalogo virtuali. Allo stesso tempo tutte le controparti locali si stanno adeguando ai protocolli emessi per uno sperato futuro ritorno in presenza e sicurezza.

Nonostante la regione di Puno risulti tra le meno colpite dalla diffusione dei contagi, come il resto del Paese è stata investita dalla crisi sociale ed economica generatasi dall’emergenza sanitaria. Allevatori e artigiani stanno affrontando la paralisi del mercato e le sue ripercussioni, prima fra tutte la perdita di ingressi economici e la conseguente messa a rischio del sostentamento della famiglia. La commercializzazione dei prodotti derivanti da allevamento e artigianato ha subito un arresto sia a livello nazionale che internazionale; alcune artigiane si sono cimentate nella produzione di mascherine, ma la concorrenza è alta e presto sono mancate le risorse economiche da investire nell’acquisto delle materie prime. Le preoccupazioni generano dubbi e domande anche sulla futura sostenibilità economica dei due settori, dal momento che i turisti sono i principali compratori dei prodotti di artigianato e che, per quanto concerne la fibra, i maggiori acquirenti sono Italia, Cina e Stati Uniti.
Tra associazioni e consorzi locali ci si interroga sulla possibilità di rivolgersi al mercato interno ma il ridotto potere di acquisto dei consumatori e gli attuali prezzi di mercato dipingono panorami scoraggianti.
A ciò si aggiunge il diffuso senso di abbandono dei piccoli partecipanti alla filiera di fibre pregiate, che lamentano di essere lasciati nell'oblio da parte dello stato, anche in occasione delle recenti misure di riattivazione economica.
All'interno delle comunità rurali in molti denunciano, inoltre, di non aver beneficiato degli aiuti in denaro predisposti dal governo per le fasce più povere e vulnerabili della popolazione. A questo proposito è stato anche manifestato il sospetto che, in alcuni casi, siano finiti nelle tasche dei funzionari governativi.

In tale situazione, aggravata da un aumento dei prezzi di alcuni alimenti e medicinali, molte famiglie si sono dedicate all'agricoltura di autoconsumo, per assicurarsi l'approvvigionamento alimentare. Attraverso l’utilizzo di tecniche ancestrali di conservazione del cibo hanno provveduto alla produzione di charqui e chuño, rispettivamente carne e patata disidratate. Sono anche ricorse alla raccolta e utilizzo di piante come l’eucalipto e la muña (la cosiddetta menta andina) che, secondo il sapere e la medicina tradizionali, hanno proprietà benefiche per le vie respiratorie. In particolare sono state le donne, sulle quali ricade la responsabilità dell'organizzazione della vita domestica e della sua economia, che hanno dovuto dare le maggiori prove di resilienza e risposta alla crisi.

La pandemia di COVID-19 e le sue ripercussioni socio-economiche hanno sottoposto tutto il mondo a sfide inaspettate, davanti alle quali ci troviamo senza paradigmi di riferimento per elaborare soluzioni, immersi in un clima di grande incertezza. Ciò che però risulta evidente è la necessità di continuare l'impegno a fianco delle comunità più fragili e nei contesti più vulnerabili, lavorando ogni giorno per garantire “una vita dignitosa per tutti”.

Alessia Martoscia
già Corpo Civile di Pace in Perù con Progettomondo.mlal


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