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Donne e artigiane in una Bolivia allo sbaraglio

Sono ormai più di 30 giorni che viviamo in uno stato di angoscia per la situazione che si è crearta dopo le elezioni politiche del 20 ottobre. Spesso i dirigenti dei quartieri legati ad alcune parti politiche ci costringono a uscire e a manifestare in loro favore, oppure a mandare i nostri figli alle manifestazioni. Non riusciamo a lavorare. Non abbiamo la materia prima e non possiamo vendere i nostri prodotti perché moltissimi negozi rimangono chiusi. Dobbiamo fare code di chilometri per comperare i nostri alimenti. Abbiamo solo la speranza che i conflitti finiscano per potere tornare alla normalità. Vogliamo la pacificazione del Paese.
Le parole solo di una dirigente di uno dei gruppi di artigiane tessili di fibra di alpaca sostenute in Bolivia dalla nostra Ong.

A pochi giorni dalla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne il nostro pensiero non può che andare a loro, alle artigiane andine che preservano i saperi tradizionali della tessitura in Bolivia.

La cura delle fibre pregiate di alpaca e lama, le attività di produzione di modelli e capi sempre più aperti al confronto con il mondo moderno stanno infatti subendo un brusco arresto a causa della situazione politica del Paese.
Da quando l'ex presidente Evo Morales, dopo l'accusa di brogli elettorali, ha lasciato la Bolivia per rifugiarsi in Messico, contadini e forze sindacali sono in fermento. Le contestazioni sono espressione della profonda polarizzazione e divisione sociale che caratterizza oggi la Bolivia. C'è chi è contro Morales, c'è chi è pro Morales e c'è chi, pur avendo creduto in Evo in passato, ora ne è deluso, e porta a simbolo della sua causa la sola "Wiphala", ossia la bandiera rappresentativa dei popoli nativi che vivono nei territori andini.
Al di là delle difficoltà economiche, delle questioni politiche, delle intrusioni di interessi esteri, il timore principale è infatti che ci possa essere un ritorno al passato e che i diritti acquisiti possano svanire nel nulla. I movimenti sociali indigeni temono una recrudescenza degli episodi di razzismo e di esclusione sociale ed economica delle popolazioni.

Anche le nostre artigiane, sostenute nel progetto “Tessendo Solidarietà” a cui quest'anno è dedicata pure la campagna di Natale, sono costrette a marciare.
I manifestanti più agguerriti della zona di El Alto bussano alle loro porte per imporre di partecipare alle contestazioni. La motivazione potrebbe apparire anche nobile, ma se esercitata con l'uso della forza diventa violenza. Anche la libertà di pensiero e scelta è un diritto.

Allevamenti e filatura ovviamente ne risentono. Le ore da dedicare alla tessitura si riducono e il timore per i fenomeni in atto, che sicuramente si trascineranno almeno fino a gennaio, per quando si prevedono nuove elezioni, le porta a restare barricate in casa, sospendendo ogni attività.
L'ondata di protesta dei movimenti sociali indigeni, se da un lato testimonia un concreto timore per il futuro del Paese e una volontà di ottenere delle garanzie rispetto ai diritti acquisiti per le 36 nazioni indigene nel recente passato, dall'altro rischia di farsi travolgere da se stessa, fomentando rabbia e riportando a galla odi e divisioni razziali già visti se i manifestanti si lasceranno tentare dall'uso delle armi.

Come sempre tra la gente, Progettomondo.mlal rimane sul campo al fianco dei più deboli e bisognosi senza bandiere e senza prendere posizioni ideologiche predefinite, con l'unica preoccupazione per il futuro dell'amata Bolivia.

 

 

 


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