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Assemblea 2019. Stesso presidente, nuove sfide

"Dobbiamo affrontare numerose sfide, sia interne che dettate da un contesto culturale in cui hanno preso il sopravvento la deriva nazionalistica, le discriminazioni, il razzismo e le declinazioni di un'idea antitetica con il paradigma della corresponsabilità sui problemi globali e della sostenibilità". Lo ha dichiarato Mario Mancini, in occasione dell'assemblea annuale di Progettomondo.mlal che, l'1 giugno, lo ha riconfermato presidente dell'Ong.
"Confido in un mandato collettivo", ha aggiunto. "Solo a queste condizioni potremo continuare il percorso intrapreso per essere più sostenibili ed efficaci".

Nella sua relazione Mancini ha evidenziato passi avanti e lacune ancora da affrontare, parlando di "crescita in termini di rilancio della nostra azione strategica e progettuale, geografica e tematica, in Italia ed Europa e nei paesi del Sud del Mondo. In termini organizzativi, per numero di persone, per specificazione ed evoluzione dei ruoli, per costante ricerca dell’efficienza. In termini di partenariato e relazioni istituzionali, in Italia ed all’estero. In termini di posizionamento nella comunicazione in Italia ed all’estero. In efficienza e trasparenza nella gestione".

Ci sono però ancora "problemi di difformità di applicazione di procedure e strumenti. Difficoltà ad allineare motivazioni e attese del personale impiegato. Sovraccarico di lavoro come sintomo di disomogeneità organizzative. Necessità di approfondire la specializzazione tematica come patrimonio di conoscenze dell’organizzazione. Limiti nella misurazione dell’impatto. Scarsa diversificazione dei donor. Basso livello di autofinanziamento e finanziamento da privati. Scarso posizionamento in comunicazione".
A ciò si aggiungono sfide dettate dal contesto esterno: in primo luogo, la Riforma Terzo Settore, che comporta non solo l’aggiornamento di diverse misure in termini di statuti, regole e governance, ma anche "l’espletamento di più impegnativi obblighi legati alla trasparenza e al “rendiconto” economico e sociale".
Non da ultima, l'Ong deve affrontare l’enorme sfida culturale di "lottare contro la deriva della cieca chiusura nazionalistica, la xenofobia, le discriminazioni e il razzismo, declinazioni di un’idea di mondo assolutamente egoistica e antitetica con il paradigma della corresponsabilità sui problemi globali e della sostenibilità".

"Il clima sociale e politico in Italia, in Europa e nel mondo, risente delle conseguenze della grande recessione del 2008, uno di quei momenti che costituiscono un punto di rottura tra le diverse epoche", ha detto ancora Mancini. "Questa crisi ha messo in evidenza i limiti del modello di sviluppo, rompendo in un certo modo il patto sociale scaturito dal post guerra, che aveva consentito un lungo periodo di crescita economica, di riduzione delle disuguaglianze nei paesi, della povertà nel mondo: insomma il periodo che A. Deaton, premio Nobel dell’Economia nel 2015, ha chiamato la “Grande Fuga”. Una grande fuga dalla povertà e dalla mortalità, che ha prodotto, simultaneamente, una crescita demografica inarrestabile nei paesi in via di sviluppo, creando appunto un insieme esplosivo di miglioramento delle condizioni di vita della popolazione umana con i limiti fisici del pianeta.
Ma se guardiamo con attenzione le analisi sulle disuguaglianze, anche queste hanno visto un’epoca, dal secondo periodo postbellico alla fine del secolo, caratterizzata da una loro riduzione, sia in termini di reddito che di patrimonio. Riduzione di disuguaglianze non frutto di casualità, o effetti indesiderati (post guerra), ma di un progetto, di politiche lungimiranti, fino ad allora sconosciute, che hanno introdotto massicce misure di trasferimento di risorse tra i settori della società, attraverso un insieme di meccanismi di tassazione e imposizione fiscale da un lato e l’adozione di un sistema di protezione sociale dall’altro. Un progetto politico che in Europa ha trovato il suo corollario nel processo dell’unificazione che, in diversi momenti, ha portato all’attuale Unione Europea. Un modello che è entrato in crisi. Ma, il nuovo secolo si è inaugurato, sempre in termini economici globali, con un’inversione di rotta nell’aspetto della concentrazione della ricchezza, assestandosi verso i livelli prebellici o comunque di inizio secolo. Una tendenza che sta portando al graduale allineamento delle disuguaglianze nei Paesi, di uguali proporzioni, sia in quelli ad alto reddito che tra i paesi in via di sviluppo. Cioè, la combinazione di democrazia e sviluppo che portassero dentro di sé una naturale, o inevitabile, eguaglianza viene rimessa profondamente in discussione. La disuguaglianza a vari livelli, accesso a opportunità, di ricchezza, rende le società poco sostenibili, innanzitutto da un punto di vista sociale, ma anche economico.

 

 


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