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Alimentarsi senza tabù

I tabù alimentari regnano in Burkina Faso. E ogni zona e regione del Paese coltiva le sue false credenze.

Si tratta di un diffuso gap conoscitivo che può avere gravi conseguenze sulla salute dei più piccoli e anche su quella delle loro mamme.
Uno dei protagonisti di tale discriminazione alimentare è l’uovo, negato ai bambini nonostante il suo prezioso contributo nutrizionale.
Si pensa infatti che se un bimbo mangi l'uovo prima di parlare potrebbe non parlare mai, oppure potrebbe diventare un ladro.
Per questo motivo tuorli e albumi vengono totalmente eliminati dalla dieta alimentare dei bambini, almeno fino ai tre anni ma talvolta fino ai 10 in concomitanza di pollame e altra carne, precludendo così l'assorbimento delle importanti proteine che possiede.

I principali alimenti che compongono la dieta familiare delle famiglie del sudo ovest, in ordine di importanza sono sorgo, mais, riso, igname, fonio, bolo, miglio, patata dolce, patata, fagioli, carne di pollo o di capra, arachidi e sesamo. Emerge quindi la marginalità degli alimenti ad alto contenuto proteico, specie per i più piccoli.
Le diete sono carenti in vitamina A e gli indici di anemia compresi tra il 93% e il 95%.

In alcuni villaggi, invece, le donne incinte non possono mangiare miele perché porterebbe all’aborto, mentre a quelle che allattano è proibito il frutto dell’anacardo, che provocherebbe la diarrea al bimbo che si attacca al seno. In altri la donna incinta non può consumare il varano: se lo mangia il bambino nasce magro, con le unghie lunghe e diventa debole una settimana dopo essere venuto al mondo.

Progettomondo.mlal lavora da anni per smontare i singoli tabù, specifici per ogni regione, riportando alle comunità i casi di altre zone dove in cui la stessa credenza non esiste per dimostrare, per esempio, che il bambino parlerà quando sarà pronto e che non è certo il cibo che può determinare il comportamento adulto. Ma la mancanza o l’inadeguatezza del cibo, questo sì, genera piuttosto deficit intellettivi, ritardi cerebrali e anomalie nello sviluppo.

Dal febbraio del 2016 al marzo di quest’anno il numero dei bambini tra i 6 mesi e i 5 anni malnutriti, grazie alle campagne promosse in alcuni villaggi nel sud ovest del Paese, è calato da 2.161 a 740. Tutto sta nel lavoro d’equipe e nella formazione sanitaria, e culturale, del personale locale e di chi, per motivi di età o qualifica, ha una concreta influenza sulla comunità a cui si rivolge.


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