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Incendio a Lima


Centro Commerciale Las Malvinas, distretto di Lima Centro, Giovedì 22 giugno 2017.

Ancora una volta un incendio, alimentato da materiale altamente infiammabile, svela una situazione terribile. Solo le catastrofi purtroppo riescono a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, altrimenti distratta, condizionata e assuefatta. Assuefatta dal trionfalismo della statistica, dei numeri e dal luccichio dei centri commerciali; numeri di una crescita “spettacolare”, che dal 2001 a oggi ha portato a un incremento superiore al 34% del PIL, basata essenzialmente su politiche di apertura commerciale, verso oriente e occidente, nord e sud, per esportare materie prime minerarie, agricole e del manifatturiero tessile.
Tutti settori che richiedono mano d’opera scarsamente qualificata e a bassissimo costo. E settori che producono rendite, rappresentate dalla valuta estera, immessa in circolazione sul mercato immobiliare e di consumo (-ismo). Insomma, rendite che alimentano il noto “chorreo, cioè il gocciolamento che fa arrivare, appunto, le gocce ai settori sociali poveri, che danno servizi e mano d’opera a basso costo. Ci sono anche altre voci non chiaramente misurate che aumentano la circolazione di ingenti quantità di denaro nell’economia: il narcotraffico e il riciclaggio di capitali, di distinta origine. Insieme, attività illecite ed economia informale rappresentano circa il 30% del PIL del Perù.

Ma cosa c’entra tutto ciò con l’incendio del Centro Commerciale Las Malvinas? Da anni è luogo “di frontiera”, cartina di tornasole, banco di prova, per misurare l’emersione dell’economia informale, o l’imposizione dell’ "ordine economico”, da parte dei sindaci di Lima, dei governi di turno. Ma dopo decenni di tentativi, periodicamente Las Malvinas torna a essere il vero misuratore della crescita. E continua a rappresentare il luogo dove si manifesta la drammatica e paradossale eroicità di chi lotta per avere accesso alle “gocce” della crescita. Regno dell’informalità, smentita dalle statistiche, confermata dai fatti, rivelata dalle tragedie.
Jovi Herrera Alania, 20 anni, Jorge Luis Huamán Villalobos, 19 anni, Luis Guzmán Taipe, 15 anni e Isabel Pantoja, 41anni, dopo 4 giorni risultano ancora “dispersi” in un piano di un edificio dove “lavoravano” rinchiusi in un deposito, in condizioni inumane. Schiavitù! Che provoca indignazione per pochi giorni nei mass media, che tornano in breve al valzer del cinismo statistico. Solo il 26,8% della popolazione economicamente attiva del Perù ha un lavoro formale, che vuol dire avere accesso alla salute e alla previdenza sociale e a una pensione. Il resto…si arrangia. Il dato sulla formalità del lavoro risulta ancor più drammatico se viene analizzato per aree geografiche – città campagna – e per settori – agricoltura, costruzioni, servizi – o per filiere. Ecco il risultato “sociale” di una crescita distorta, che non viene accompagnata da un reale incremento dei Diritti, quelli con la lettera maiuscola, quelli che non fanno uscire solo dalla povertà monetaria, ma quelli che fanno diventare cittadini. Dal dramma di 4 famiglie emerge una situazione nota a tutti, ma ignorata, o addirittura promossa, da una classe dirigente che inneggia al “chorreo” come lo strumento più efficace per la lotta alla povertà. Solo la formalità rende liberi? Forse no, ma sicuramente è un primo passo verso la cittadinanza piena, un passo che dà dignità.

Mario Mancini,
Presidente ProgettoMondo Mlal



27/06/2017


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